di Oliviero Casale, componente del CtS di Next EU Association e consigliere della Fondazione Communia.
Abstract
I Contratti di Fiume rappresentano oggi uno degli strumenti più innovativi per la gestione sostenibile delle acque e la riqualificazione dei territori. Nati in risposta agli orientamenti delle politiche europee e sviluppati in Italia attraverso percorsi volontari e partecipativi, uniscono competenze tecniche, pianificazione strategica e coinvolgimento delle comunità locali. La loro efficacia si misura anche nella capacità di essere letti come veri sistemi di gestione del bene comune, in coerenza con la Struttura Armonizzata (HS) dell’ISO e con riferimenti internazionali come l’IWA 48:2024 sulle soluzioni basate sulla natura, la ISO/UNDP PAS 53002:2024 per infrastrutture comunitarie resilienti e le norme ISO 37100 sulle smart and sustainable cities, che offrono indicatori e strumenti per comunità più sostenibili e inclusive.
Un Contratto di Fiume, ma anche di lago, di costa, di foce o di area umida, è un accordo volontario e tecnico tra partner pubblici e privati che condividono la gestione concertata e sostenibile delle risorse d’acqua su scala di un’unità idrografica. Non si tratta solo di un protocollo amministrativo, ma di un processo che coniuga conoscenza scientifica, pianificazione strategica e partecipazione pubblica, favorendo forme innovative di cogovernance, coprogettazione e partecipazione attiva di cittadini e
associazioni. È in questa logica che i CdF si configurano come strumenti di governo aperto e inclusivo, orientati alla tutela del bene comune e alla costruzione di territori più resilienti e antifragili.
La genesi normativa dei Contratti di Fiume è il risultato di un percorso lungo e stratificato. Le basi concettuali risalgono alla Direttiva Quadro Acque 2000/60/CE, che ha introdotto una visione integrata della gestione delle risorse idriche a livello di bacino idrografico, e alla Direttiva Alluvioni 2007/60/CE, che ha imposto agli Stati membri strategie di prevenzione e mitigazione del rischio idraulico. A queste si affianca la Direttiva Habitat 92/43/CEE, che lega la gestione dei corpi idrici alla tutela della biodiversità e degli ecosistemi.
In Italia, tali principi hanno trovato recepimento attraverso il D.Lgs. 152/2006 – Testo Unico Ambientale, che disciplina la pianificazione di bacino idrografico e la gestione sostenibile delle acque. Con la Legge 28 dicembre 2015 n. 221 (cosiddetto “Collegato ambientale”) è stato introdotto l’articolo 68-bis, rubricato “Contratti di Fiume”, che ha dato veste giuridica nazionale a uno strumento fino ad allora sperimentato su base volontaria. L’articolo recita: “I contratti di fiume concorrono alla definizione e all’attuazione degli strumenti di pianificazione di distretto, quali strumenti volontari di programmazione strategica e negoziata che perseguono la tutela, la corretta gestione delle risorse idriche, la valorizzazione dei territori, la salvaguardia dal rischio idraulico, contribuendo allo sviluppo locale”.
A livello operativo, la Carta Nazionale dei Contratti di Fiume, sottoscritta nel 2010 e aggiornata nelle successive Assemblee nazionali, ha definito i requisiti qualitativi di base e i principi fondanti: volontarietà, inclusività, partecipazione attiva, multiscalarità e trasparenza. Questi principi sono stati ribaditi e arricchiti nei Requisiti qualitativi minimi adottati dal Tavolo Nazionale CdF, che hanno reso i Contratti strumenti di policy in grado di integrare piani di bacino, strumenti urbanistici, programmazioni comunitarie e strategie locali di sviluppo sostenibile.
Negli ultimi anni i Contratti di Fiume si sono diffusi in molte regioni italiane, rappresentando esperienze di rilievo nel campo della gestione integrata dei territori idrici e fluviali. In alcuni casi si è arrivati a forme più avanzate, come i Contratti di lago, di costa o interregionali, capaci di superare i confini amministrativi per abbracciare unità ecologiche più ampie.
Un caso emblematico è quello del Contratto di Fiume Volturno, avviato in Provincia di Caserta, che oggi si trova in una fase particolarmente avanzata e strutturata. La Provincia, con il presidente Anacleto Ing. Colombiano come ente capofila, ha guidato un percorso articolato che ha visto coinvolto il Settore Ambiente ed Ecologia, diretto dal dirigente Giovanni Solino, con il supporto tecnico-scientifico del CURSA, rappresentato dall’ing. Stefano Banini. Dopo una lunga serie di passaggi – dall’istituzione dell’Assemblea alla definizione del Documento d’intenti, dall’approvazione della Relazione preliminare alla nomina della Cabina di regia e dei gruppi tematici – si è giunti all’elaborazione e all’approvazione del Documento Strategico, che rappresenta la sintesi delle analisi conoscitive e delle strategie complessive per la gestione del Volturno.
Il Documento individua le principali criticità e opportunità e definisce obiettivi chiari: migliorare la qualità delle acque, ridurre il rischio idraulico e le esondazioni, garantire la manutenzione dell’alveo, riqualificare il paesaggio fluviale, valorizzare la biodiversità e promuovere forme di fruizione sostenibile, dalla mobilità lenta ai percorsi naturalistici. L’Assemblea del 9 luglio 2025 ha approvato all’unanimità l’aggiornamento del Documento Strategico e ha adottato un cronoprogramma preciso. Il prossimo passaggio è fissato per il 16 settembre 2025, data in cui verranno presentati il Documento consolidato, il Piano di Azione e lo schema del Contratto di Fiume. Subito dopo, tra il 17 e il 30 settembre 2025, è programmata la fase di sottoscrizione ufficiale: i portatori di interesse – istituzioni, comuni rivieraschi, enti locali, associazioni, operatori economici e cittadini – saranno chiamati a firmare l’atto che darà piena operatività al Contratto. Un momento che segna il passaggio dal percorso di progettazione e condivisione alla fase dell’attuazione concreta delle azioni previste.
I Contratti di Fiume si distinguono per alcuni elementi che li rendono esemplari: la capacità di mettere in rete competenze istituzionali e scientifiche, l’attenzione alle dinamiche socio-economiche locali, la centralità attribuita alla partecipazione pubblica, la prospettiva di lungo periodo orientata non solo alla gestione delle emergenze ma alla costruzione di un modello territoriale antifragile. È in questa chiave che i CdF rappresentano dei laboratori avanzati di co-governance e di bene comune, capace di tenere insieme saperi tecnici e cittadini, istituzioni e comunità, in un processo inclusivo e trasformativo.
In una prospettiva più ampia, i CdF trovano piena coerenza con i principi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Pur non essendo esplicitamente richiamati nei documenti ufficiali del CdF, gli obiettivi e le azioni intraprese contribuiscono direttamente a diversi SDGs:
• SDG 6 – Acqua pulita e servizi igienico-sanitari, attraverso il miglioramento della qualità e della gestione delle acque;
• SDG 11 – Città e comunità sostenibili e SDG 13 – Lotta al cambiamento climatico, grazie alla prevenzione del rischio idraulico e alla resilienza climatica;
• SDG 15 – Vita sulla Terra, con la tutela degli ecosistemi e della biodiversità;
• in senso più trasversale, con l’innesco di nuove economie verdi e inclusive che rafforzano la coesione sociale e il senso di appartenenza.
Conclusione
I Contratti di Fiume, nati dall’evoluzione delle politiche europee e recepiti nell’ordinamento italiano, dimostrano oggi la loro capacità di andare oltre la dimensione locale e settoriale, configurandosi come strumenti di innovazione istituzionale e sociale. In questa prospettiva, la loro gestione può essere interpretata all’interno di un sistema di gestione del bene comune, coerente con la Struttura Armonizzata (HS) che unifica le norme ISO sui sistemi di gestione e che permette di integrare in maniera organica aspetti ambientali, sociali ed economici. Questo quadro si arricchisce dei più recenti riferimenti internazionali: da un lato, l’IWA 48:2024 che fornisce principi e linee guida per adottare soluzioni basate sulla natura nella riduzione del rischio e nell’adattamento ai cambiamenti climatici; dall’altro, la ISO/UNDP PAS 53002:2024, che propone un approccio per sviluppare infrastrutture comunitarie intelligenti e inclusive in coerenza con l’Agenda 2030. A questi si aggiungono le norme della serie ISO 37100 sulle smart and sustainable cities – tra cui ISO 37101, ISO 37120, ISO 37122 e ISO 37124 – che introducono sistemi di gestione e indicatori condivisi per misurare servizi urbani, qualità della vita, resilienza e capacità di innovazione delle comunità. In questa cornice, i Contratti di Fiume non appaiono più soltanto strumenti di tutela ambientale, ma veri laboratori di cogovernance e antifragilità, in cui istituzioni, cittadini e attori locali collaborano per rigenerare territori, rafforzare la resilienza climatica e costruire futuro condiviso.
Scarica il documento integrale
SCARICA QUI IL DOCUMENTO INTEGRALE

