Il meccanismo CBAM e l’ingresso a regime dal 2026 come risposta europea al carbon leakage. Il rafforzamento regolatorio tra obblighi dichiarativi, tracciabilità e possibili estensioni settoriali. Dalla protezione del mercato interno alla politica industriale: limiti e opportunità per le imprese europee.
Dal 2026 il Carbon Border Adjustment Mechanism entrerà pienamente a regime, introducendo un costo esplicito sulla CO? incorporata in una selezione di prodotti importati nell’Unione europea. La misura nasce per contrastare il carbon leakage, ovvero lo spostamento delle produzioni verso Paesi con standard ambientali meno stringenti, e per riequilibrare le condizioni competitive tra imprese europee soggette all’ETS e operatori extra-UE. Come sottolineato anche da Il Sole 24 Ore, si tratta di un passaggio rilevante ma non necessariamente risolutivo rispetto alla tutela della competitività industriale, soprattutto nei comparti a maggiore intensità energetica.
Il pacchetto europeo di regolamenti pubblicato a fine 2025 segna un salto di qualità nell’impianto del CBAM, spostando l’attenzione dalla fase sperimentale a una logica di piena operatività. Dal punto di vista degli operatori, il cambiamento più significativo riguarda l’accesso al mercato: solo il dichiarante CBAM autorizzato potrà importare quantitativi superiori alla soglia de minimis di 50 tonnellate annue. A questo si affianca l’introduzione di nuovi codici doganali e di sistemi di tracciabilità rafforzata, pensati per rendere più solido il legame tra prodotto, origine e emissioni incorporate. In prospettiva, dal 2028 il perimetro del meccanismo potrebbe estendersi anche ai prodotti downstream, in particolare quelli collegati alle filiere dell’acciaio e dell’alluminio, ampliando in modo significativo l’impatto sulle supply chain europee e globali.
Il rafforzamento degli obblighi non è solo quantitativo ma qualitativo. Aumenta la responsabilità degli importatori sulla correttezza dei dati dichiarati, sull’uso dei default values e sulla qualità complessiva delle informazioni relative alle emissioni incorporate. Questo sposta il CBAM da strumento di mera compensazione ambientale a leva strutturale di regolazione del commercio internazionale, con effetti diretti sulla governance delle catene di fornitura e sui rapporti con i fornitori extra-UE. In questo senso, il meccanismo si configura sempre più come un’infrastruttura regolatoria che richiede competenze tecniche, sistemi di raccolta dati affidabili e una maggiore integrazione tra funzioni doganali, ambientali e strategiche delle imprese.
Nonostante questa evoluzione, il messaggio che arriva dall’industria europea è chiaro. Senza correttivi adeguati, il CBAM rischia di non garantire una reale parità competitiva, soprattutto per i settori energivori già sotto pressione per l’aumento dei costi energetici e per la progressiva riduzione delle allocazioni gratuite nell’ETS. Il rischio percepito è che il meccanismo si traduca in un aggravio amministrativo e finanziario non pienamente compensato da una protezione efficace del mercato interno.
La sfida che si apre ora è trasformare il CBAM da strumento difensivo a leva di politica industriale. Questo implica un utilizzo coerente del gettito e delle regole per sostenere investimenti low-carbon, un allineamento più stretto con l’ETS per evitare sovrapposizioni e distorsioni, e un impianto regolatorio che rimanga rigoroso ma anche semplice ed efficace nell’applicazione. Solo in questo modo il CBAM potrà contribuire non solo a ridurre le emissioni globali, ma anche a rafforzare la capacità competitiva e innovativa dell’industria europea nel medio-lungo periodo.

