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Via libera al Piano nazionale per l’economia sociale: ESG e Quarto Settore

Il Piano che rimette al centro il valore dei territori

di Marco Sponziello

Il passaggio del Piano nazionale per l’economia sociale in Consiglio dei ministri apre una fase nuova per lo sviluppo sostenibile in Italia. Dopo anni di iniziative sparse, norme settoriali e pratiche locali spesso molto avanzate, arriva una cornice nazionale capace di dare ordine a un pezzo rilevante dell’economia italiana. Cooperative, imprese sociali, enti del Terzo settore, fondazioni, enti religiosi civilmente riconosciuti, sport dilettantistico e credito cooperativo entrano in una lettura comune, legata alla produzione di valore sociale, alla coesione, al lavoro e alla qualità della vita nei territori.

La forza del Piano sta in questa scelta di fondo. L’economia sociale viene trattata come parte della politica industriale e territoriale del Paese, invece che come appendice del welfare o area residuale dell’assistenza. Parliamo di organizzazioni che gestiscono servizi educativi, cura, inclusione lavorativa, housing sociale, rigenerazione urbana, prossimità sanitaria, cultura, sport, recupero di beni pubblici e attività economiche con forte radicamento locale. Dove il mercato arriva con fatica e dove il pubblico lavora spesso con risorse limitate, queste realtà tengono aperti servizi, relazioni e possibilità concrete di sviluppo.

Economia civile e sviluppo sostenibile

Il Piano affonda le radici in una tradizione italiana precisa, quella dell’economia civile. Qui il mercato viene letto come spazio di fiducia, reciprocità e cooperazione, con un’idea di impresa legata anche alla qualità delle relazioni che genera. La crescita economica, in questa prospettiva, acquista senso quando produce lavoro dignitoso, comunità più solide, servizi accessibili e territori meno fragili.

Questa impostazione rende l’economia sociale una leva naturale per la sostenibilità. Le organizzazioni coinvolte reinvestono la totalità o gran parte degli utili nelle proprie finalità, adottano forme di governance partecipativa e tengono insieme attività economica e impatto sociale. La loro differenza rispetto all’impresa tradizionale sta proprio qui. Il risultato economico serve a far durare l’organizzazione, a migliorare i servizi, a consolidare l’occupazione, a rispondere a bisogni che cambiano. Una cooperativa sociale che inserisce persone fragili al lavoro, una fondazione che recupera uno spazio abbandonato, una comunità energetica promossa da soggetti locali producono valore misurabile anche fuori dal bilancio.

Gli ESG escono dai bilanci aziendali

Letto attraverso la lente ESG, il Piano assume un significato più ampio. La dimensione sociale emerge nella capacità di creare occupazione, inclusione, welfare territoriale e partecipazione. La governance prende forma nella coprogettazione, nell’amministrazione condivisa, nella trasparenza e nella misurazione degli impatti. La dimensione ambientale entra nei progetti di rigenerazione urbana, nelle comunità energetiche, nella gestione dei beni comuni, nell’economia circolare e nei modelli di sviluppo locale a bassa intensità di risorse.

Qui si vede il punto più interessante. Gli ESG stanno lasciando il perimetro del reporting aziendale e stanno diventando una chiave per leggere la qualità dei territori. La sostenibilità riguarda la capacità di una comunità di organizzare risorse pubbliche, imprese, cittadini e corpi intermedi attorno a obiettivi concreti di benessere, resilienza e competitività. Un territorio con cooperative solide, reti associative attive, finanza mutualistica, servizi di prossimità e amministrazioni capaci di coprogettare parte con un vantaggio reale. Attrae persone, trattiene competenze, cura spazi e servizi, costruisce fiducia.

Una possibile governance ESG territoriale

Il Piano nazionale per l’economia sociale può diventare uno dei primi strumenti italiani di governance ESG territoriale. Offre una base per integrare impatto sociale e ambientale nelle politiche pubbliche, andando oltre una sostenibilità ridotta alla rendicontazione delle grandi imprese. La parte decisiva sarà l’attuazione. Serviranno strumenti fiscali chiari, accesso alla finanza sociale, appalti pubblici orientati alla qualità dell’impatto, percorsi di formazione, dati comparabili e sistemi di misurazione utili anche ai Comuni più piccoli.

Il procurement pubblico sarà un banco di prova. Gli appalti possono premiare prezzo basso e prestazione minima, oppure possono diventare leva per lavoro stabile, inclusione, riduzione degli sprechi, prossimità dei servizi e impatto ambientale. La differenza sta nei criteri, nelle competenze delle amministrazioni e nella capacità di costruire procedure semplici, verificabili, aperte a soggetti radicati nel territorio. Senza questo passaggio, il Piano rischia di restare un documento ben scritto. Con strumenti operativi seri, può cambiare il modo in cui si spendono risorse pubbliche e si costruiscono servizi.

Il nodo del quarto settore

Resta aperto il tema delle società benefit e delle B Corp. Queste imprese fanno parte dell’economia dell’impatto, integrano finalità sociali e ambientali nella propria governance, misurano il valore generato e parlano lo stesso linguaggio degli ESG. Sul piano giuridico restano distinte dall’economia sociale, perché operano come imprese lucrative e possono distribuire utili. Questa distinzione va mantenuta, altrimenti si crea confusione tra modelli diversi per natura, vincoli e responsabilità.

Allo stesso tempo, ignorare il quarto settore sarebbe miope. Accanto al pubblico, al privato tradizionale e al Terzo settore cresce uno spazio composto da imprese di mercato orientate all’impatto. Società benefit, B Corp, startup a impatto, imprese rigenerative e modelli ibridi lavorano spesso sugli stessi temi dell’economia sociale, dalla transizione energetica alla mobilità condivisa, dalla cura delle filiere alla misurazione del valore ambientale e sociale. Le regole cambiano, gli obiettivi si avvicinano. Il passaggio maturo sarà costruire ponti, evitando scorciatoie identitarie e allargando gli strumenti di collaborazione.

La prova sarà nei cantieri locali

Il Piano segna una svolta perché riconosce l’economia sociale come infrastruttura dello sviluppo sostenibile italiano. La parola infrastruttura qui va presa sul serio. Senza reti cooperative, enti civici, credito mutualistico, fondazioni territoriali, imprese sociali e amministrazioni capaci di lavorare insieme, molte politiche verdi e sociali restano fragili. La transizione ecologica ha bisogno di impianti, tecnologie e investimenti, certo. Ha bisogno anche di fiducia, gestione locale, inclusione, manutenzione sociale dei territori.

La fase successiva sarà meno ordinata del documento e molto più concreta. Si giocherà nei bandi, nei contratti pubblici, nei piani urbani, nei progetti sulle aree interne, nelle comunità energetiche, nelle reti di welfare, nei luoghi dove l’economia sociale dimostra ogni giorno il proprio valore. L’Italia ha ora una cornice. Il punto sarà riempirla con regole praticabili, risorse accessibili e una visione più larga dell’impatto, capace di collegare economia civile, ESG, economia sociale e quarto settore dentro una stessa traiettoria nazionale.

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