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Beni Comuni Multilivello: governare le interdipendenze tra territori, impresa e innovazione (di Oliviero Casale)

Una proposta per leggere sostenibilità, ESG e innovazione a partire dalle condizioni comuni, dagli effetti che attraversano le scale e dalle responsabilità che ne derivano (di Oliviero Casale, componente del CTS di NexEU e consigliere della Fondazione Communia)

La transizione ecologica, digitale e produttiva europea mostra oggi un paradosso: disponiamo di più conoscenza, capacità tecnologica e possibilità di innovazione, ma continuiamo spesso a governare problemi interdipendenti attraverso perimetri separati. Sostenibilità, impresa, territori, tecnologia, welfare e infrastrutture vengono trattati come ambiti distinti, mentre gli effetti delle decisioni attraversano continuamente quei confini. Acqua, suolo, aria, salute, conoscenza, dati e infrastrutture mostrano una caratteristica comune: ciò che accade in un punto può produrre conseguenze altrove, coinvolgendo territori, organizzazioni, istituzioni e generazioni.

Da questa constatazione prende forma la proposta dei Beni Comuni Multilivello, sviluppata a partire dal working paper elaborato da Oliviero Casale con Gilda Farrell. Il suo nucleo può essere condensato in una formula: «Il compito è personale, le condizioni sono comuni, gli effetti sono condivisi».

Non si tratta di negare l’autonomia della persona o l’iniziativa economica. Il compito resta personale: nessuno può scegliere, creare, apprendere o costruire un progetto di vita interamente al posto di un altro. Ma nessuna traiettoria nasce nel vuoto. Linguaggi, conoscenze, infrastrutture, istituzioni, reti sociali e sistemi viventi precedono il singolo e ne rendono possibile l’azione. E ciò che ciascuno fa con queste condizioni può produrre conseguenze che superano il proprio perimetro.

Dal bene come oggetto alla condizione che rende possibile agire

Quando si parla di beni comuni, il rischio è fermarsi alla domanda su chi possieda una determinata risorsa e su quale soggetto debba amministrarla. I Beni Comuni Multilivello propongono uno spostamento di prospettiva: dal bene come cosa al bene come condizione, dalla proprietà alla funzione, dall’esternalità all’interdipendenza.

Una falda acquifera attraversa confini amministrativi, proprietà private e attività diverse. La sua qualità dipende da decisioni assunte in luoghi differenti e produce conseguenze anche su comunità che non vi hanno partecipato. Lo stesso schema può riguardare una rete energetica, un’infrastruttura digitale, un sistema di conoscenza o una tecnologia capace di incidere sull’accesso a servizi essenziali.

Definire una condizione come comune non significa quindi attribuirla necessariamente alla proprietà collettiva. Una funzione comune può attraversare beni pubblici, proprietà private, infrastrutture aziendali e regole sovranazionali. Conta comprendere dove arrivano gli effetti, quali dipendenze vengono create e chi dispone del potere di incidere.

Cinque criteri per evitare che tutto diventi “comune”

Una proposta di questo tipo perderebbe precisione se qualsiasi realtà importante potesse essere definita Bene Comune Multilivello. Per questo la qualificazione richiede la convergenza di cinque condizioni.

La prima è una funzione vitale o essenziale. La seconda è la propagazione degli effetti oltre soggetto, luogo o tempo della decisione. La terza è la pluralità delle scale: ecologiche, territoriali, istituzionali, proprietarie, temporali o conoscitive. La quarta è l’insufficienza di un solo attore o regime. La quinta richiede soglie verificabili, monitoraggi, conoscenza accessibile e responsabilità coordinate.

Solo quando questi elementi convergono la questione supera la gestione di un singolo bene e diventa un problema di governance multilivello. La denominazione “comune” non basta: contano funzione, effetti e qualità verificabile della governance.

Visione, categoria rigorosa e modo di agire

La proposta può essere letta su tre piani diversi ma collegati. Come visione, orienta il modo di leggere la relazione tra persona e società: la libertà è personale, ma dipende da condizioni che nessuno produce interamente da solo. Come categoria rigorosa, identifica soltanto le condizioni che soddisfano congiuntamente i cinque criteri. Come modo di agire, indica come trasformare la consapevolezza delle interdipendenze in decisioni più responsabili.

Agire in termini multilivello significa riconoscere la funzione comune, rendere visibili soggetti e dipendenze, seguire gli effetti, distinguere benefici e costi, individuare le scale pertinenti, attribuire responsabilità proporzionate, monitorare e poter correggere la decisione.

Il termine “condivisi”, riferito agli effetti, non significa “positivi”. Gli effetti possono essere generativi quando preservano o ampliano possibilità; estrattivi quando concentrano benefici trasferendo costi; ambivalenti quando producono vantaggi a una scala e svantaggi a un’altra. Possono inoltre produrre recinzioni, restringendo l’accesso, la conoscenza, la contestabilità o la possibilità di partecipare al governo di una condizione comune.

Imprese, territori ed ESG: seguire gli effetti oltre il perimetro organizzativo

Questa impostazione dialoga con il dibattito ESG perché amplia la domanda sulla responsabilità. Non basta sapere se un’organizzazione rispetta un requisito o migliora un indicatore. Occorre chiedersi anche quali condizioni utilizzi, quali dipendenze generi, chi riceva i benefici, chi sostenga i costi e quali effetti possano manifestarsi lungo la filiera o nel territorio. La prospettiva multilivello non propone quindi un nuovo acronimo da affiancare agli ESG, ma una domanda precedente: qual è il perimetro reale entro cui gli effetti devono essere osservati perché la rendicontazione non perda proprio ciò che accade oltre il confine dell’organizzazione?

L’impresa non è estranea al comune. Crea valore, assume rischi e produce innovazione; allo stesso tempo dipende da lavoro, conoscenza, infrastrutture, risorse naturali e fiducia che non genera da sola. Un’impresa generativa costruisce la propria continuità senza erodere sistematicamente quella delle comunità, degli ecosistemi e delle capacità dalle quali dipende. Profitto, proprietà e competitività rimangono legittimi, ma non esauriscono il giudizio sul valore prodotto.

Per i territori significa superare la frammentazione tra politiche ambientali, sociali, economiche e infrastrutturali. Un territorio può attrarre investimenti e contemporaneamente perdere suolo, competenze o capacità di decisione. La prospettiva multilivello chiede di osservare insieme queste conseguenze, evitando che ogni attore risulti formalmente corretto mentre il sistema complessivo diventa più fragile.

Innovazione e intelligenza artificiale: la possibilità tecnica non basta

Lo stesso ragionamento vale per l’innovazione. Innovare non significa soltanto introdurre una soluzione nuova. Ogni innovazione modifica comportamenti, infrastrutture, potere e modi di conoscere. Può risolvere un problema e crearne altri a scale differenti, ampliare l’accesso oppure produrre nuove dipendenze.

Nel caso dell’intelligenza artificiale non basta chiedersi chi possieda un modello o quanto sia performante. Contano dati, infrastrutture di calcolo, energia, lavoro, conoscenze incorporate, trasparenza, contestabilità degli esiti e dipendenze create quando la tecnologia entra nella ricerca, nel lavoro, nei servizi o nell’informazione.

Non ogni tecnologia o modello proprietario diventa per questo un Bene Comune Multilivello. Ma quando un’infrastruttura sociotecnica assume una funzione essenziale, produce effetti che si propagano su più scale e nessun attore può governarla da solo, la sola titolarità non può esaurire la domanda sulla governance.

La prospettiva non chiede quindi di rallentare l’innovazione per principio. Chiede qualcosa di più esigente: orientarla in modo che la possibilità tecnica non venga confusa con una giustificazione sufficiente e che gli effetti più rilevanti restino conoscibili, verificabili e correggibili.

Common good e normazione: un linguaggio che entra nei sistemi di gestione

Il rapporto con il common good rafforza questa impostazione, purché i concetti restino distinti. Il bene comune non coincide con i Beni Comuni Multilivello e non rappresenta un interesse superiore al quale subordinare automaticamente diritti e pluralismo. Opera piuttosto come criterio per interrogare la qualità delle condizioni e degli effetti: quali possibilità vengono create, quali vengono consumate, chi accede ai benefici, chi sostiene i costi e quale spazio di scelta viene lasciato a chi verrà dopo.

È significativo che questo lessico stia entrando nella normazione internazionale. UNI EN ISO 56000:2025 include il bene comune come termine definito al punto 3.7.9, accanto a valore e impatto dell’innovazione, e riconosce che l’innovazione può realizzare, redistribuire o distruggere valore e produrre impatti negativi oltre gli interessi delle parti coinvolte. Il progetto ISO/UNDP 53001 compie un ulteriore passaggio. Nel DIS 2025 il common good è ripreso da ISO 56000:2025 e collegato agli SDGs; la nozione di parte interessata comprende società, ambiente, ecosistemi e generazioni future, mentre il sistema considera impatti diretti e indiretti, catena del valore, interdipendenze, trade-off, soglie, consultazione e monitoraggio. Alla data di questa versione, il catalogo ufficiale ISO indica ISO/UNDP 53001 allo stage 60.00, “International Standard under publication”, con pubblicazione prevista per settembre 2026. La normazione non crea i Beni Comuni Multilivello e non ne costituisce il fondamento, ma rende più operativo un linguaggio di impatti, responsabilità e interdipendenze che supera il solo perimetro organizzativo.

È qui che anche la cura assume un significato operativo. Custodire non significa soltanto proteggere o compensare dopo un danno, ma prevenire, mantenere, riparare e, quando possibile, rigenerare. La cura diventa una capacità istituzionale e organizzativa collegata a conoscenza, responsabilità e monitoraggio.

La capacità civica che rischiamo di disperdere

Le interdipendenze non distribuiscono soltanto problemi e responsabilità; distribuiscono anche conoscenze, esperienza e capacità di soluzione. Nei territori, nelle imprese, nelle professioni, nelle università e nelle comunità esiste un patrimonio di inventiva, competenze, memoria dei luoghi e disponibilità a contribuire che spesso non trova canali adeguati per essere riconosciuto, collegato e messo alla prova. Una persona può essere perfettamente visibile come utente, contribuente, lavoratore o destinatario di un servizio e restare invisibile come portatrice di una conoscenza utile.

Si produce così quella che, nella prospettiva dei Beni Comuni Multilivello, può essere descritta come dispersione della capacità civica: idee, competenze ed esperienze esistono, ma non entrano in processi nei quali possano essere valutate, connesse ad altre capacità, sperimentate o eventualmente scartate con una motivazione comprensibile. Non significa che ogni proposta debba essere accolta o che la partecipazione possa sostituire competenze professionali e responsabilità pubbliche. Significa che una società perde valore quando non dispone delle condizioni attraverso cui riconoscere e utilizzare ciò che già sa e ciò che i suoi soggetti sono in grado di offrire.

Da qui deriva l’esigenza di una infrastruttura della capacità civica, intesa non come un nuovo ente, ma come l’insieme di luoghi, regole, dati, diritti di attivazione, facilitazioni e collegamenti che consentono alle capacità distribuite di diventare conoscibili e, quando pertinenti, utili. Un’istituzione è civicamente generativa quando non si limita a raccogliere partecipazione, ma aumenta nel tempo la capacità delle persone e degli attori pertinenti di conoscere, collegarsi, proporre, verificare e incidere. L’inventiva può essere personale; le condizioni che consentono di renderla utile sono comuni; gli effetti della sua utilizzazione o della sua dispersione diventano condivisi.

Istituzioni capaci di apprendere e correggersi

Le interdipendenze non richiedono necessariamente nuove strutture amministrative, ma istituzioni capaci di collegare scale, conoscenze e responsabilità. La governance multilivello deve essere policentrica ed eterogenea: più centri di decisione, ma anche più forme di sapere e di azione, coordinate senza concentrare tutto in un unico comando e senza disperdere la responsabilità.

Da qui deriva il concetto di democrazia istituente: la capacità collettiva, informata e giuridicamente abilitata di creare e rivedere regole, soglie, responsabilità e strumenti quando gli effetti mostrano che l’assetto esistente non è più adeguato.

Istituire non significa creare un nuovo ente. Può significare aprire dati, introdurre un monitoraggio, collegare amministrazioni, prevedere un audit, riconoscere un diritto di attivazione o inserire una clausola di riesame. Il punto è trasformare l’apprendimento in conseguenze.

In questo senso, la sostenibilità smette di essere soltanto rendicontazione e l’innovazione smette di essere soltanto accelerazione. Entrambe diventano capacità di governare gli effetti nel tempo.

Una grammatica per una transizione che non perda di vista le persone

I Beni Comuni Multilivello propongono quindi una grammatica, non una soluzione uniforme. Acqua, lavoro, biodiversità, dati, energia, intelligenza artificiale e conoscenza richiedono strumenti differenti. Ma la domanda che li attraversa può essere la stessa: quali condizioni rendono possibile agire, dove arrivano gli effetti, come vengono distribuiti benefici e costi, chi dispone del potere di incidere e quali istituzioni possono apprendere prima che il danno diventi irreversibile?

Per imprese, territori e decisori pubblici questa prospettiva può diventare un modo concreto di integrare sostenibilità, innovazione, responsabilità e bene comune senza ridurli a parole d’ordine separate. Non sostituisce gli ESG, la regolazione o gli strumenti di management, ma offre una lente attraverso cui collegarli quando gli effetti superano i confini organizzativi e amministrativi.

Una transizione diventa realmente generativa quando non si limita a ridurre danni o rispettare soglie, ma conserva e amplia le capacità attraverso cui persone, imprese, territori e istituzioni possono continuare a produrre soluzioni. Il punto di arrivo torna così alla formula iniziale: il compito è personale, le condizioni sono comuni, gli effetti sono condivisi. La qualità della transizione dipenderà sempre più dalla capacità di tenere insieme queste tre dimensioni, consentendo alle persone e alle organizzazioni di costruire il proprio futuro senza consumare il terreno sul quale anche altri dovranno poterlo costruire.

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