Tra le Alpi svizzere, nel contesto altamente simbolico del World Economic Forum di Davos, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha rilanciato una proposta che mira a scardinare uno dei principali freni strutturali alla competitività dell’Unione: la frammentazione normativa. L’idea, ribattezzata EU Inc. e tecnicamente definita come “28esimo regime”, punta a introdurre una forma societaria autenticamente europea, affiancata ma non subordinata ai 27 ordinamenti nazionali. Un passaporto giuridico unico che consenta alle imprese di nascere, operare e crescere nel mercato unico senza dover affrontare la moltiplicazione di regole, adempimenti e incertezze legali che oggi scoraggiano l’espansione transfrontaliera. In un’Europa che ambisce a competere con economie continentali come Stati Uniti e Cina, la proposta rappresenta un tentativo di semplificazione radicale, più che un’ulteriore stratificazione regolatoria.
Dal punto di vista economico, la logica è lineare. I capitali e le tecnologie si muovono a velocità digitale, mentre le imprese europee restano intrappolate in confini giuridici pensati per un’economia novecentesca. Von der Leyen ha riconosciuto apertamente che molte aziende sono costrette a guardare fuori dall’Unione per scalare, nonostante un mercato interno da oltre 450 milioni di consumatori. La promessa della EU Inc. è quella di una costituzione societaria rapida, interamente online, valida in tutta l’Unione e fondata su un set omogeneo di regole societarie. Per paesi come l’Italia, caratterizzati da un tessuto imprenditoriale dinamico ma strutturalmente sottodimensionato, l’impatto potenziale è rilevante. Startup e imprese innovative potrebbero nascere direttamente in un quadro giuridico europeo, più leggibile per gli investitori internazionali e meno esposto alle lentezze della giustizia civile o alle complessità dei diritti societari nazionali. Non a caso, analisi della Banca Mondiale mostrano come mercati realmente unificati generino significativi guadagni di produttività grazie alle economie di scala.
Il precedente storico, tuttavia, invita alla cautela. L’esperienza della Societas Europaea, introdotta nei primi anni Duemila, dimostra quanto sia facile trasformare una buona intuizione in un esercizio di compromesso inefficace. Quel modello, anziché creare un regime unico, si è frammentato in una miriade di applicazioni nazionali, risultando di fatto utilizzabile solo da grandi gruppi multinazionali come Allianz o BASF. Per startup e PMI, i costi e l’incertezza legale hanno reso la SE poco più di un miraggio. Il rischio per la EU Inc. è analogo: se il nuovo regime sarà appesantito da rinvii alle legislazioni nazionali e da forme di “gold plating”, l’innovazione resterà sulla carta. A questo si aggiunge un nodo ancora più profondo. Il diritto societario è l’infrastruttura, ma senza un vero mercato dei capitali resta una struttura vuota. La stessa von der Leyen ha collegato la proposta alla necessità di completare l’Unione dei Mercati dei Capitali, oggi rilanciata come “Union of Savings and Investments”. L’Europa dispone di enormi riserve di risparmio privato, ma queste faticano a trasformarsi in investimenti produttivi, spingendo molte imprese a cercare capitali su piazze come il Nasdaq. Senza questo tassello, la EU Inc. rischia di diventare una scatola elegante ma priva di carburante.
Il valore reale della proposta sta nella sua dimensione politica. Consentire alle imprese di scegliere volontariamente un regime federale europeo significa introdurre una concorrenza virtuosa tra ordinamenti, spingendo gli Stati membri a riformarsi per non perdere attrattività.

