Quando si osserva l’evoluzione delle politiche ESG europee nel loro insieme, emerge con chiarezza una tensione di fondo che va oltre la tecnica normativa. La sostenibilità resta un obiettivo condiviso, ma il ritmo con cui l’Unione Europea sceglie di procedere appare oggi più prudente e frammentato. Il pacchetto Omnibus, con i rinvii e le semplificazioni introdotte, ha ristretto l’area degli obblighi di rendicontazione e di due diligence alle sole grandi imprese, lasciando fuori la stragrande maggioranza delle PMI. La direzione strategica non è in discussione, ma il rischio è che la sostenibilità perda progressivamente la sua funzione di linguaggio comune e di leva competitiva, trasformandosi in un perimetro regolatorio per pochi attori già strutturati.
La proposta della EU-EEC
In questo spazio si apre una questione decisiva per il futuro industriale europeo: come rendere la sostenibilità un fattore di attrazione, e non solo di conformità, in un contesto globale in cui Stati Uniti e Cina competono su scala, velocità e capacità di mobilitare capitali. L’idea di una European ESG Company nasce come risposta a questa sfida. Non si tratta di introdurre una nuova etichetta formale o di aggiungere complessità amministrativa, ma di costruire uno strumento volontario, chiaro e riconoscibile, capace di dare identità di mercato alle imprese che scelgono di investire seriamente in governance e impatti misurabili. Una forma giuridica europea che, sul piano funzionale, richiami l’esperienza delle Società Benefit italiane, ma che sia progettata fin dall’origine per operare su scala continentale.
Il cuore di questa proposta, che da tempo porta avanti Marco Sponziello, presidente dell’Associazione Next EU, risiede nella semplificazione intelligente. Un unico adempimento, la redazione di un bilancio di sostenibilità basato sullo standard VSME, consentirebbe alle imprese non obbligate di rendicontare in modo credibile e comparabile, senza i costi e la complessità dei framework pensati per i grandi gruppi. L’inserimento della sigla EU-Eec (European ESG Company) nella ragione sociale renderebbe immediatamente visibile questa scelta, facilitando la lettura da parte di investitori, partner industriali e istituzioni pubbliche. In questo modo la sostenibilità smetterebbe di essere un racconto autoreferenziale e diventerebbe un’informazione strutturata, verificabile e spendibile sul mercato unico.
Questa impostazione offre anche un’alternativa europea ai modelli extraeuropei, come quello delle B-Corporation statunitensi, che operano al di fuori di un quadro normativo pubblico. L’Europa dispone di una risorsa distintiva spesso sottovalutata: la fiducia regolatoria. Quando è ben progettata, non rallenta l’economia, ma riduce le incertezze, accelera le decisioni e abbassa le barriere all’ingresso. Una European ESG Company potrebbe funzionare come una corsia preferenziale reputazionale, capace di parlare un linguaggio comune in ventisette Paesi e di offrire quella comparabilità che il capitale, soprattutto industriale e di lungo periodo, ricerca quando deve scegliere dove posizionarsi.
Dal locale al globale: una traiettoria possibile
L’esperienza pugliese dimostra che un percorso volontario, se supportato da un riconoscimento istituzionale, può generare effetti concreti. L’albo speciale delle Società Benefit introdotto dalla legge regionale del 2022 e la crescita registrata negli ultimi anni raccontano di un tessuto imprenditoriale che vede nella sostenibilità non un vincolo, ma un elemento identitario. Portare questa logica dal territorio alla scala europea significa trasformarla in infrastruttura competitiva. Se l’Unione vuole rafforzare la propria posizione nel mondo, deve rendere la sostenibilità una piattaforma di attrazione e crescita, fondata su un marchio unico, standard credibili e un ecosistema capace di attrarre imprenditori e investimenti nel mercato unico per costruire valore duraturo nel continente.
Leggi l’articolo sul Quotidiano di Puglia


