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Ora legale, conviene davvero cambiare l’ora?

Nella notte tra il 24 e il 25 ottobre 2026 l’Italia è tornata all’ora solare. Le lancette sono state spostate indietro di sessanta minuti e, come accade ogni autunno, torna una domanda che riguarda energia, salute, economia e organizzazione della vita quotidiana. Ha ancora senso cambiare orario due volte l’anno oppure sarebbe preferibile scegliere un unico orario?

La risposta diventa interessante anche in chiave ESG. La E riguarda consumi energetici ed emissioni, la S coinvolge salute, sonno, sicurezza e qualità della vita, mentre la G riguarda le decisioni pubbliche e la capacità di costruirle sulla base di dati misurabili.

Le evidenze più recenti suggeriscono una risposta meno scontata di quanto possa sembrare. In Italia l’ora legale produce un risparmio energetico documentato. Sul versante sanitario emergono alcuni effetti negativi legati soprattutto al passaggio primaverile, insieme a risultati che impediscono di considerare l’intero sistema uniformemente dannoso.

In Italia l’ora legale fa risparmiare energia

Partiamo dai dati italiani. Secondo i dati pubblicati da Terna il 23 ottobre 2026, nei sette mesi di ora legale, dal 29 marzo al 25 ottobre, l’Italia ha registrato minori consumi di energia elettrica per circa 300 milioni di kWh. Il risparmio economico ha superato i 90 milioni di euro, mentre la riduzione delle emissioni di CO? viene stimata in circa 140 mila tonnellate.

Il dato diventa ancora più significativo guardando un periodo lungo. Dal 2004 al 2026, Terna calcola oltre 12,3 miliardi di kWh di minori consumi elettrici attribuibili all’ora legale, equivalenti a circa 2,4 miliardi di euro di risparmio.

È un risultato che interessa direttamente la componente ambientale degli ESG. Minori consumi significano minore domanda elettrica e, nelle condizioni attuali del mix energetico, minori emissioni.

Serve però una distinzione. I dati di Terna dimostrano il beneficio prodotto dall’ora legale durante primavera ed estate. Dicono molto meno sulla convenienza del cambio delle lancette due volte l’anno e da soli permettono ancora meno di stabilire se sarebbe preferibile adottare l’ora solare oppure l’ora legale per dodici mesi.

Ora legale, cambio dell’ora e scelta dell’orario permanente sono tre questioni differenti.

Cosa dice la ricerca del 2026 sulla salute

Un contributo importante arriva da una revisione sistematica pubblicata nel 2026 sull’European Journal of Epidemiology. I ricercatori hanno analizzato 157 studi condotti in 36 Paesi, prendendo in considerazione gli effetti sanitari delle transizioni e quelli associati all’ora legale e all’ora standard.

Il passaggio primaverile verso l’ora legale presenta alcuni segnali negativi. L’insieme delle evidenze indica un aumento a breve termine del rischio cardiovascolare, soprattutto per l’infarto miocardico, e in alcuni contesti un incremento degli incidenti stradali. La revisione riporta per l’infarto un aumento del rischio nell’ordine del 4 per cento, sulla base di una recente meta-analisi.

Il quadro diventa però più articolato quando si osservano gli altri risultati. Il ritorno autunnale all’ora solare appare associato in diversi studi a una maggiore durata del sonno e potrebbe essere collegato a una diminuzione degli incidenti sul lavoro. Ancora più interessante è il confronto durante i mesi estivi. Le evidenze disponibili suggeriscono possibili riduzioni della mortalità complessiva e degli incidenti stradali quando viene utilizzata l’ora legale rispetto all’ora standard, anche se gli studi su questo specifico confronto sono ancora pochi.

Gli autori della revisione arrivano infatti a una conclusione piuttosto prudente. Le evidenze disponibili mostrano effetti negativi, effetti nulli e possibili effetti positivi. La ricerca, quindi, sostiene un approccio equilibrato e invita a evitare l’idea che ora legale e cambi d’orario producano conseguenze uniformemente negative.

L’Italia ha caratteristiche diverse dal Nord Europa

Qui entra in gioco il territorio. La stessa ricerca sottolinea che latitudine e longitudine modificano l’esposizione alla luce e quindi possono influenzare gli effetti delle diverse scelte. Gli autori invitano esplicitamente alla cautela rispetto a soluzioni uguali per tutti e chiedono analisi specifiche per località.

Roma, Madrid, Helsinki e Stoccolma presentano condizioni molto diverse. Salendo verso nord aumenta fortemente la variazione stagionale delle ore di luce. Anche la posizione orientale o occidentale all’interno dello stesso fuso orario modifica l’ora solare effettiva di alba e tramonto.

La questione europea dovrebbe quindi essere letta anche come tema di ESG territoriale. Una decisione presa esclusivamente sulla media continentale rischia di nascondere differenze geografiche rilevanti.

Su scala mondiale il ragionamento diventa ancora più evidente. Avvicinandosi all’equatore la durata delle giornate cambia relativamente poco durante l’anno. Alle alte latitudini l’escursione stagionale cresce enormemente. La stessa soluzione difficilmente produce risultati equivalenti nel Mediterraneo, in Scandinavia, in Cile o in Australia.

Tre possibilità per l’Italia

Il confronto reale riguarda quindi tre scenari.

ScenarioEnergia e ambienteSalute e societàIndicazioni per l’Italia
Ora legale e ora solare come oggiRisparmio estivo documentatoAlcuni effetti sanitari concentrati nelle transizioniSoluzione ancora difendibile
Ora solare permanentePiù luce mattutina in invernoCoerente con diverse indicazioni della cronobiologiaPossibile perdita di parte dei benefici energetici estivi
Ora legale permanentePiù luce serale durante tutto l’annoAlba più tarda in inverno con possibili effetti sui ritmi circadianiServono valutazioni italiane specifiche

La revisione scientifica del 2026 riconosce che, qualora venissero aboliti i cambi stagionali, la teoria cronobiologica offre argomenti a favore dell’ora standard permanente, soprattutto per evitare l’ora legale durante l’inverno. Allo stesso tempo, gli autori sottolineano che la decisione dovrebbe arrivare dopo avere bilanciato gli effetti negativi e quelli positivi emersi dagli studi.

Il punto debole riguarda il valore economico della salute

Per una vera valutazione ESG manca ancora un elemento importante. Energia, emissioni, salute, incidenti e produttività andrebbero trasformati in indicatori confrontabili.

Il dato italiano aiuta a capire le dimensioni economiche del problema. I circa 90 milioni di euro risparmiati nel 2026 grazie all’ora legale equivalgono a poco più di 1,5 euro per abitante.

Questo calcolo va interpretato correttamente. Significa che un costo sanitario, sociale o produttivo medio anche relativamente piccolo potrebbe compensare contabilmente il vantaggio energetico. Significa altrettanto poco, però, affermare che tale costo esista realmente in quelle dimensioni. Per dimostrarlo occorrerebbe una valutazione economica italiana che monetizzi ricoveri, eventi cardiovascolari, incidenti, assenze dal lavoro, produttività, qualità del sonno e altri effetti.

Ed è probabilmente questo lo studio che oggi manca al dibattito italiano.

Quindi conviene ancora cambiare l’ora?

Con le evidenze disponibili a ottobre 2026 appare difficile sostenere che l’Italia dovrebbe passare immediatamente all’ora solare permanente.

Il bilancio definitivo di Terna per il 2026 documenta un beneficio energetico, economico e ambientale concreto dell’ora legale. Rinunciarvi per tutti i mesi dell’anno richiederebbe quindi evidenze altrettanto solide sui vantaggi prodotti dalla scelta alternativa.

Anche l’ora legale permanente presenta problemi. Durante l’inverno sposterebbe ulteriormente in avanti l’alba, una condizione poco favorevole secondo la teoria cronobiologica richiamata dalla stessa revisione epidemiologica.

Il sistema attuale conserva quindi una logica per l’Italia. Sfrutta l’ora legale nei mesi caratterizzati da giornate lunghe e ritorna all’ora solare quando la luce mattutina invernale assume maggiore importanza. La ricerca sanitaria suggerisce però di approfondire gli effetti della transizione primaverile e di studiare interventi capaci di attenuarli, soprattutto nelle persone più vulnerabili.

La conclusione resta volutamente aperta. Il punto interessante potrebbe essere proprio superare la domanda “ora legale sì oppure no” e costruire una valutazione ESG nazionale. Quanta energia viene realmente risparmiata, quanta CO? viene evitata, quali sono i costi sanitari, quanti incidenti sono attribuibili alle transizioni, cosa accade alla produttività e come cambiano questi risultati tra Nord e Sud Italia?

Sono domande che trasformano una discussione ricorrente in un tema di politica pubblica misurabile.

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